Le cronache del tempo ce lo raccontano come un uomo che non diceva di no ai piaceri della vita, primi fra tutti quelli della tavola tanto che un dipinto del tempo lo ritrae al clavicembalo con il muso da maiale, seduto su una botte di vino e circondato da selvaggina.
Numeri impressionanti, così come quelli della sua produzione: oltre seicento i lavori che Händel ha lasciato tra cui 40 opere per il teatro ( Alcina, Ariodante, Giulio Cesare in Egitto, Orlando, Rinaldo, Semele sono alcuni titoli regolarmente in repertorio, a differenza dell’Italia, nei teatri di tutto il mondo), 32 oratori (due su tutti, il Messiah e La Resurrezione), 300 cantate e un consistente numero di composizioni strumentali (basti ricordare la Water music o la Musica per i reali fuochi d’artificio).
Tanto più che Händel ‒ che vanta il primato di essere l’unico musicista al quale è stata dedicata una statua mentre era ancora in vita e che fu sepolto nell’abbazia di Westminster ‒ ha molto in comune con i grandi della canzone di oggi: se sono sempre numerosi i giovani che affollano i teatri dove c’è in cartellone un’opera del compositore, in un’ipotetica hit parade della musica classica il nome di Händel risulterebbe sicuramente ai primi posti.
Che amava la musica tanto che all’età di 12 anni si esercitava di notte su un cembalo nascosto nel granaio di casa perché il padre, che sognava per lui un futuro come uomo di legge, ostacolava la sua passione.
Fonte:
http://www.avvenire.it/Spettacoli/Hndel+dallHallelujah+alla+Champions+League_200904141326205800000.htm
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