«Alle quattro del mattino mi sono svegliata. Ho preso il rosario iniziando a pregare. Ero nella mani di Dio. Speravo che arrivasse presto il giorno della liberazione, almeno per uno di noi», racconta Ingrid Betancourt descrivendo le ore precedenti al suo rilascio. «Alle 5 pensavo a mamita (la madre)», come ogni mattina per quasi sette anni passati nell’inferno della selva colombiana. Con una vecchia radiolina scassata la Betancourt poteva sentire all’alba i messaggi e le parole di conforto di Yolanda Pulecio. La mamma ex senatrice, che partecipava a una trasmissione radiofonica per gli ostaggi. Mercoledì mattina, però, era destinato a essere un giorno diverso. Il capo dei carcerieri aveva detto alla Betancourt che sarebbe stata imbarcata su un elicottero con altri sequestrati. «Gli chiedevo se ci portavano a parlare con Alfonso Cano o Mono Jojoy (i capi della guerriglia nda) e lui mi ha fatto capire che era qualcuno di molto importante. Il cuore sembrava che mi si spezzasse» racconta appena liberata la franco-colombiana. Dal 2002 viveva «su un’amaca legata tra due pali, coperta da una zanzariera e con sopra una tenda come tetto e che mi faceva illudere di vivere in una casa». Accanto una mensola dove metteva le sue poche cose: la sacca con i vestiti e una Bibbia, che definiva «il mio unico lusso». Lunghe marce estenuanti nella selva dove gli ostaggi «dormono come animali in qualsiasi buco capiti».
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=273564
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